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15 Dic 2014 - ore 10:15
Dic 15 2014
10:15

Appuntamenti

Il Raffaello depredato in mostra a Milano

È la “Madonna Esterházy”, nel 1983 protagonista di un furto a Budapest che fece epoca. Sino all’11 gennaio è esposta a palazzo Marino


Uno dei francobolli ungheresi…

Sono diversi i francobolli in cui figura l’opera, a cominciare da quelli emessi nel Paese che la conserva presso il Szépművészeti múzeum, vale a dire l’Ungheria. Budapest l’ha citata perlomeno nel 40 fillér del 10 dicembre 1968, inquadrato nella serie per i maestri italiani, e poi nel foglietto da 20 fiorini, parte di un omaggio dedicato, era il 29 giugno 1983, al mezzo millennio trascorso dalla nascita dell’autore, Raffaello Sanzio. Seguono il 2 ed il 200 del 16 febbraio 1984 (serie per i capolavori rubati e restituiti) e del 23 giugno 2006 (centenario del Museo di belle arti).

Ma ora si può osservare dal vero il dipinto, perché la “Madonna Esterházy”, fino all’11 gennaio, sarà in mostra a Milano presso palazzo Marino. Si tratta di una minuscola tempera e olio su tavola (misura 28,5x21,5 centimetri), realizzata intorno al 1508.

“Raffigura la Madonna col Bambino e san Giovannino e segna esattamente la conclusione del fondamentale periodo trascorso da Raffaello a Firenze, con la decisione di trasferirsi a Roma”, spiegano gli specialisti. La composizione s’ispira in modo esplicito a Leonardo, conosciuto e studiato durante i quattro anni passati nella città del Giglio; sullo sfondo, però, appaiono i ruderi del foro Romano, rappresentati con precisione topografica, a riprova di una conoscenza diretta e di una serena e convinta “immersione” nella classicità. Considerando che non si conosce un committente o una destinazione antica, tutto lascia pensare che l’artista lʼabbia tenuta sempre con sé.

L’opera si affaccia nella storia e nella cronaca all’inizio del XVIII secolo, quando viene donata da papa Clemente XI Albani ad Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbuttel, futura moglie dell’imperatore Carlo VI dʼAsburgo. Era la madre dell’imperatrice Maria Teresa, che a sua volta la diede al conte Wenzel Anton von Kaunitz, figura di spicco nella politica dell’epoca. Alla morte di Kaunitz (1794) il dipinto passò infine agli Esterházy e da qui al magiaro Museo delle belle arti che ancora la detiene. Salvo una breve parentesi: proprio nel 1983, per la precisione tra sabato 5 e domenica 6 novembre, approfittando dell’intervento di restauro alla sede, un gruppo di malviventi italiani, su commissione di un magnate ellenico, trafugò sei lavori, fra cui questo. Vennero ritrovati, il 20 gennaio seguente, in un convento dismesso in Grecia, mentre i ladri furono identificati ed arrestati.

Il percorso meneghino si completa con altri due quadri, simili per soggetto e per epoca. Uno è la “Vergine del Borghetto”: attribuita a Francesco Melzi, rappresenta la migliore copia antica rimasta nel capoluogo lombardo della leonardesca “Vergine delle rocce”; l’altro è la “Madonna della rosa”, di Giovanni Antonio Boltraffio.



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