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22 Apr 2017 - ore 01:21
Apr 22 2017
01:21

Notizie dall'Italia

Documenti pubblici/1 Il caso di Torino

L’avvocato Pasquale Mauro Maria Onorati, ispettore archivistico onorario e collezionista, spiega quanto è emerso dal dibattimento e dalla sentenza rivelata il mese scorso


L’avvocato Pasquale Mauro Maria Onorati

“Sulla questione di Torino credo che la stampa abbia fatto un po’ di confusione. Dalla lettura della sentenza completa emerge altro rispetto a quello che ho letto sui giornali. Il giudice non ha dichiarato appartenenti al demanio pubblico delle singole buste, bensì diverse lettere complete di testo e dei manifesti effettivamente rubati da archivi di stato e comunali della Lombardia e del Piemonte tra gli anni Ottanta e Novanta. Però, è bene chiarirlo, queste illecite sottrazioni non sono avvenute ad opera di uno dei due imputati, bensì da parte di altri da cui l’ignaro imprenditore ha acquistato i documenti di storia postale incriminati”.

In questo modo si esprime con “Vaccari news” l’avvocato Pasquale Mauro Maria Onorati. Trentanovenne, dirige la Biblioteca oblata sant’Eugenio de Mazenod e l’Archivio storico del complesso monumentale aragonese di Santa Maria a Vico (Caserta), dove vive con la moglie e due figli. Dal 2016 è ispettore archivistico onorario della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania; come giornalista pubblicista ha scritto diversi articoli sulla storia di Terra di Lavoro. Inoltre, studia e colleziona storia postale del circondario di Arienzo.

L’indagine del Nucleo carabinieri tutela patrimonio culturale -prosegue- “ha portato poi al sequestro di centinaia di altre lettere complete (in totale oltre seicento, solo in pochissimi casi semplici buste) destinate ad enti pubblici e appartenenti ai due imputati. Con la sentenza, questo materiale è stato dissequestrato e l’Arma, con l’aiuto della Soprintendenza archivistica del Piemonte, dovrà provvedere alla restituzione ai legittimi proprietari (archivi pubblici, ma anche alle stesse due persone coinvolte)”.

“Ciò che ha destato più scalpore, giustamente, è stata l’affermazione, riportata da diverse testate, che chiunque maneggi corrispondenza tra un privato e un ente pubblico, dal 1840 (tale data non è menzionata in sentenza, ndr) ad oggi, sarebbe punibile perché il materiale apparterrebbe allo Stato. In realtà, il giudice di Torino ha ribadito ciò che stabilisce il decreto legislativo 42/2004, cosiddetto Codice dei beni culturali, all’articolo 10 comma 2, ovvero che sono beni culturali «gli archivi e i singoli documenti dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico» e, in quanto tali, appartengono al demanio pubblico e sono inalienabili, salvo il caso in cui, a seguito di una procedura di scarto, determinati documenti vengano «sdemanializzati». Ma anche in questo caso, secondo il giudice, le carte così eliminate andrebbero necessariamente distrutte e non potrebbero mai essere liberamente commerciate, per cui in presenza degli indici menzionati (numero di protocollo, destinazione ad un ente pubblico, eccetera), «un documento deve ritenersi facente parte dell’archivio pubblico, a meno che non risulti rientrante in un elenco di beni «scartati». Ed è evidente che se l’archivio pubblico o il privato divenutone detentore non sono in grado di abbinare quel dato documento ad un elenco giustificante lo scarto, deve concludersi che il documento è stato illecitamente sottratto dall’archivio»”.

“Una tale conclusione, in pratica, comporta, a mio avviso, un’ingiusta inversione dell’onere della prova a carico di chi detiene un documento, quindi anche una lettera o una busta protocollata, e non all’archivio che ne rivendica la proprietà”.

Senza considerare la realtà dei fatti: il decreto-legge 2.034 del 10 agosto 1928 (pubblicato nella “Gazzetta ufficiale” 219 del 19 settembre 1928, convertito nella seduta del Senato del 12 dicembre e diffuso come legge 3.133 del 20 dicembre dalla “Gazzetta” 15 del 18 gennaio 1929) consentiva alla Croce rossa, beneficiaria degli scarti obbligatori, di disporre del materiale ritirato come meglio credeva ed il più interessante è stato venduto a fini collezionistici.



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