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29 Dic 2011 - ore 00:17
Dic 29 2011
00:17

Libri e cataloghi

Clelia e la sua lettera di dimissioni

Nel romanzo, Valeria Parrella narra la perdita di contatto tra ciò in cui si crede e il modo in cui si agisce


Il libro è edito da Einaudi

Dopo il “Festival delle lettere”, al cui tema ha dedicato l’edizione 2011, anche Einaudi sceglie il titolo “Lettera di dimissioni”. In questo caso per identificare il romanzo di Valeria Parrella (nata nel 1974, ha al suo attivo già diversi libri).

“Lettera di dimissioni” è la storia di Clelia, sviluppata in 194 pagine e commercializzata a 18,50 euro. Scendendo per i rami delle generazioni, la protagonista riesce a trovare il suo posto sull’asse del tempo: ha un inizio, il 1914, e persino una capostipite, cioè la nonna Franca, giunta dalla Russia a Napoli, “la città più infernale del Mediterraneo”, e qui rimasta.

Innamorata della vita, ricca di passione e di ideali, Clelia cresce con i piedi piantati nella provincia e lo sguardo rivolto alla città. I suoi genitori -comunisti come si poteva essere comunisti in Italia nel 1968- hanno scelto di vivere a Pompei, tra le falde del Vesuvio, il mare e le rovine archeologiche. Quando incontra Gianni, non ha dubbi su cosa fare: insieme trovano quarantadue metri quadri in cui sostenersi “l’un l’altra come due carte da gioco poggiate in piedi”. Fa la maschera in un teatro, e proprio in teatro farà presto carriera.

Appagata dal successo e dalla stima crescente di chi appena una manciata di anni prima lei stessa guardava con sospetto, Clelia sembra non accorgersi -di fronte ai bivi dettati dal lavoro e dagli affetti- di scegliere sistematicamente il male minore. Quando però cominceranno “quelle notti insonni che capitano a chi è in continuo commercio con l’esistenza”, sarà forse troppo tardi per rendersi conto che qualcosa si è incrinato: “dicevo sì, quando sapevo che la risposta era no”. E prende corpo l’idea della missiva di rinuncia.

La vicenda procede di pari passo con quella dell’Italia, restituendo il ritratto di un Paese che ha progressivamente accantonato il pubblico per il privato, l’etica per il guadagno, ma che con ostinazione ciascuno continua ad amare “come si amano solo le cose che vengono prima di noi e dopo di noi resteranno”.



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