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29 Ott 2012 - ore 15:45
Ott 29 2012
15:45

Notizie dall'Italia

Carnet ed altri appunti di Stefano Faravelli

Alcuni dei suoi lavori in mostra alla rassegna “Le metamorfosi del viaggiatore”. L’intervista di “Vaccari news”


“La consegna”, tempera su lettera non esposta a Milano

Artista, filosofo ed orientalista. È il torinese Stefano Faravelli, classe 1959, alcuni lavori del quale sono proposti a “Le metamorfosi del viaggiatore” (news precedente). Per lui, il destino aveva un piano preciso: a cinque anni rischia di essere calpestato da un ippopotamo quando, durante lo spettacolo di un circo, scavalca la sponda ed entra in pista. La precoce passione per il disegno e l’esplorazione hanno fatto il resto. Come pittore si forma al liceo artistico ed all’Accademia delle belle arti del capoluogo piemontese. Parallelamente, ottiene una laurea in Filosofia morale, seguita da studi in Scienze orientali. Questa doppia vocazione di “peintre-savant” lo orienta verso il “carnet de voyage”: “Sindh”, raccolta di acquerelli realizzati in un viaggio di tre mesi in India, esce nel 1994. È il primo di una serie edita in Italia (da Iveco, Edt e De Agostini) e in Francia: libri nati da incontri fatali e fatati con Paesi e città del destino, come il Mali, la Cina, l’Egitto, il Marocco, la Turchia, il Giappone ed ancora e sempre l’India.

Espone in rassegne e gallerie italiane e straniere. Ha partecipato alla Biennale di Venezia (padiglione dedicato all’Italia del 2011). I taccuini di viaggio sono stati esposti, tra l’altro, a Londra, Roma, New York, Parigi, Istanbul, Gerusalemme. È “visiting professor” della Scuola del viaggio e della Holden. In collaborazione con la prima, dirige la Scuola di carnet di viaggio. Insegna all’Istituto europeo di design. È sposato con Francesca, che collabora alle sue creazioni, ed ha quattro figli.

Come mai l’idea del viaggio? “Il viaggio, con il suo rompere le abitudini, il suo scardinare le assuefazioni della vita ordinaria, comporta un rinnovarsi dello sguardo, un risveglio dalla letargia delle convenzioni che è riscoperta del mondo come tessitura di segni da interpretare e comprendere”, risponde lo stesso Stefano Faravelli in questa intervista a “Vaccari news”.

Scriveva Charles Baudelaire: “Nessuno è più adatto a gustare un paesaggio di colui che lo osserva per la prima volta, poiché la natura si presenta allora in tutta la sua estraneità, non ancora infiaccata da un troppo frequente sguardo”. Ed approfondisce Stefano Faravelli: “Viaggiare con il taccuino, disegnando come faccio da anni, è il mio modo di risarcire il mondo -il creato- dall’usura dello sguardo «infiacchito». Il medium del disegno e della pittura è particolarmente adeguato a cogliere questo rivelarsi del mondo e a penetrarne la stupefacente novità”.

Quanto realizza, riprende sì paesaggi e monumenti, ma richiama anche francobolli, oppure formulari ed altri oggetti postali… “Oltre alla straordinaria valenza estetica degli oggetti in sé (i francobolli, le etichette, i biglietti calligrafati…), utilizzarli è un modo di portare il mondo dentro il taccuino, di stabilire interessanti connessioni con la memoria di un luogo, di una vita... Un po’ come viaggiare nel tempo. Per raccontare Alessandria d’Egitto ho lavorato utilizzando come supporto documenti, lettere, biglietti appartenuti ad un suo abitante dell’inizio del Novecento. L'effetto è di una intensità commovente. Chiamo questo tipo di apporti «Lacrimae rerum». Dare loro spazio nelle mie opere vuol dire «ascoltare il pianto delle cose»”.

La mostra propone diversi suoi oggetti, ma l’occhio cade soprattutto sul voluminoso baule, privo di titolo. Cosa sta a significare? “Il baule è un po’ il simbolo del mio lavoro... una sorta di autoritratto oggettuale. È semiaperto e dal suo interno fuoriescono «magicamente», come serpenti dalla cesta di un incantatore, i miei taccuini. La referenza è comunque agli scrigni della meravigliosa poesia di Baudelaire in «Les fleurs du mal»”.

Oltre a quanto adesso ospitato a Milano in corso Magenta 59, vi sono altre citazioni postali? “Uso spessissimo come supporto vecchie lettere e affrancature. Ci sono richiami al tema in moltissime mie opere, a cominciare dalle tavole del Mozart in viaggio verso Praga degli anni Ottanta”.

Collezionista? “Sì, collezionista. Seguo il mio istinto allo stupore e alla meraviglia. Ho cominciato a cinque anni con la prima conchiglia trovata sulla spiaggia di Varigotti. Ora ne ho un armadio pieno. Raccolgo mirabilie di ogni tipo, soprattutto dal mondo naturale, seguendo linee morfologiche trasversali (un insetto può rimandare ad un minerale, il minerale ad un seme, il seme ad un nido e così via). Sono più interessato agli archetipi che alle cose in quanto tali: spirali, ellissi, simmetrie…

Colleziono anche carte, di ogni tipo, forma e dimensione (francobolli compresi ma non mi sento filatelico). In questo caso sono raccolte funzionali al loro utilizzo «artistico-narrativo». Il fatto è che tutto mi pare degno di entrare nei sacri recinti della memoria universale. Penso, con Ernst Jünger, che la completezza cui ogni collezionista aspira non è altro che una rappresentazione quantitativa della perfezione. Ed è questo il vero obiettivo, non la sua rappresentazione”.



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