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28 Ago 2017 - ore 10:14
Ago 28 2017
10:14

Appuntamenti

Quelle lettere dell’archeologo

Il lavoro di Ernesto Schiaparelli e dei colleghi al centro della mostra ospitata, fino al 10 settembre, al Museo egizio di Torino


Il logo “marcofilo” sulla borsa ricordo

L’archeologia egizia raccontata attraverso le lettere. Naturalmente, non… egizie. Quelle nelle teche sono parecchie, e poi si aggiungono buste affrancate e telegrammi: accompagnano, certificano, spiegano la mostra “Missione Egitto 1903-1920”, in essere sino al 10 settembre al Museo egizio di Torino. A farsi notare sono anche gli allestimenti: pannelli e proiezioni richiamano le corrispondenze. Fino ad arrivare al logo creato per il percorso: “si tratta di un’invenzione”, ammettono dalla sede; si ispira agli annulli originali presenti sulle missive esposte e rappresenta l’acronimo della Missione archeologica italiana.

L’allestimento è dedicato a quest’ultima, sviluppatasi tra il 1903 ed il 1920, ed al suo fondatore, Ernesto Schiaparelli.

Filmati, foto, oggetti e documenti d’epoca inquadrano il contesto storico e culturale in cui maturò l’ambizione di portare l’Italia a scavare in Africa, così da -scriveva il medesimo studioso al ministro alla Pubblica istruzione, Nunzio Nasi, il 29 aprile 1902- “contribuire alla storia dell’Egitto e all’incremento del materiale archeologico del Museo egizio”. Emergono inoltre i profili di numerosi personaggi, più o meno noti, protagonisti delle ricerche. Tali vicende si intrecciano tra loro e tessono una trama narrativa più ampia ed articolata; illustra l’epopea nella valle del Nilo, svolta in parallelo ad altre -sempre nazionali- avviate in diversi siti del Mediterraneo Orientale. I problemi cui i direttori delle spedizioni dovevano fare fronte -allora come oggi- consistevano nel reperire i fondi, nell’organizzazione logistica dei trasporti e della permanenza in loco, nell’approvvigionamento di materiali e rifornimenti, nell’ingaggio degli operai locali. Alle difficoltà delle fasi preparatorie si aggiungevano gli imprevisti più diversi, le dure condizioni di vita e di lavoro sul cantiere, i rapporti con le autorità e con i colleghi: “tutte situazioni che rendono ancor più suggestiva e meritoria l’opera svolta in quegli anni”. L’ingente mole di reperti portata in Italia testimonia l’intensa attività di scavo, documentazione, studio e catalogazione svolta.



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