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29 Dic 2009 - ore 01:04
Dic 29 2009
01:04

Giornali, riviste e siti

Dalle case per i dipendenti alle macchine della Banca d’Italia

Ancora alla fine del 1959, lo stock ministeriale -secondo gli auspici del ministro Giuseppe Spataro- sarebbe dovuto approdare sul mercato. Ma le cose andarono diversamente...


Una pubblicità degli anni Trenta dell'ufficio filatelico ministeriale

Una spada di Damocle aleggiava sull’ambiente filatelico mezzo secolo fa. Era rappresentata dal famigerato stock ministeriale, rimanenze di francobolli dal Regno di Sardegna a Campione, originato con la chiusura, nel 1952, dell’ufficio filatelico ministeriale. Le intenzioni del dicastero a Poste e telecomunicazioni erano di venderlo, così da contribuire a finanziare la costruzione delle case per il personale.

Una scelta che non mancò di sollevare pesanti critiche, finite anche in Senato. L’obiettivo era abrogare l’articolo 241 del regio decreto 18 aprile 1940, che dava facoltà all’Amministrazione postale “di vendere per collezione, al prezzo determinato con decreto ministeriale, su parere del consiglio di amministrazione, le cartevalori, dopo che ne sia cessata definitivamente la vendita per l’affrancazione”.

A metà del 1959 il ministro Giuseppe Spataro aveva annunciato che del problema se ne sarebbe occupata una commissione. La quarta, annotava allora Renato Russo sul “Bollettino filatelico”. Precisava il giornalista: “Ormai è dal 1952 che ogni ministro, appena seduto a via del Seminario (allora sede del dicastero, ndr), compie questo rito. L’avvio fu dato proprio dal ministro Spataro ed in questi anni si son viste commissioni di tutti i colori e per tutti i gusti. Ma lo stock è là che marcisce nei depositi”.

A fine 1959 è lo stesso responsabile politico che rivela cosa si pensava di fare. “Il ministro -si legge in «Rassegna postelegrafonica»- ha precisato che non saranno venduti che diecimila pezzi al massimo di ogni francobollo quotato sopra le 5.000 lire nel catalogo Sassone 1959. D’altra parte per questi valori il problema può dirsi che non esista, dati gli scarsissimi quantitativi esistenti per ciascuno di essi”. Un analogo criterio sarebbe stato impiegato con gli altri esemplari. Meno il catalogo li valutava, e più il quantitativo vendibile sarebbe aumentato, fino ad arrivare, con i più comuni, prezzati sotto le trentuno lire, a cedere “praticamente l’intero quantitativo”. Al tempo stesso, Spataro assicurava che “saranno prese tutte le misure opportune per non turbare il mercato filatelico ed evitare che la liquidazione dello stock possa danneggiare la filatelia”.

Per la storia, il materiale venne suddiviso nel 1961 in 148 lotti da collocare sul mercato attraverso aste internazionali. Le cose andarono diversamente dalle attese e solo pochi trovarono acquirente. Da qui la decisione di cambiare strategia: dal 20 al 24 febbraio 1967 l’invenduto finì distrutto presso la Banca d’Italia.



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