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06 Mar 2010 - ore 02:05
Mar 06 2010
02:05

Giornali, riviste e siti

Francobolli addio

Nel 1910 l’allarme dei collezionisti, secondo i quali le tradizionali cartevalori sarebbero state presto soppiantate con le nuove procedure meccanizzate


L'impronta impiegata in Norvegia dal 15 giugno 1903

È un po’ che se ne parla, e la realizzazione concreta giunge dalla Nuova Zelanda. E l’impiego appare abbastanza generalizzato, “perché è stata registrata una notevole diminuzione della vendita dei francobolli”. L’allarme, lanciato da “L’écho de la timbrologie” nel numero di febbraio del 1910, fa scalpore. “La gazzetta dei filatelisti”, il 30 aprile, cita un altro sistema, messo in uso a Monaco di Baviera.

Il dibattito esce dal contesto specialistico ed approda persino sulla “Domenica del corriere”. Il 6 marzo 1910 accoglie un trafiletto intitolato “La fine dei francobolli?”. “V’ha chi crede prossima -è il testo- la sparizione dei francobolli in uso per l’affrancatura delle lettere a causa delle molte, delle troppe falsificazioni di essi. Quasi ogni giorno si scoprono francobolli falsi, o francobolli riusati previa cancellatura del timbro dell’ufficio postale. Inoltre il francobollo esige troppo lavoro. Si calcola a 40 miliardi i francobolli che si consumano in un anno nel mondo. Per allestire questa enorme quantità di francobolli, occorrono in media 1.400.000 persone che lavorino un anno, stimato di 300 giornate lavorative. Già sono in uso in Germania macchine automatiche le quali appongono un timbro di affrancatura nelle buste alle lettere raccomandate mediante introduzione nelle macchine di una moneta del valore corrente. Credesi che tali macchine, semplificate ed enormemente diffuse, siano destinate a sostituire il francobollo”.

La storia è andata diversamente da quanto si supponeva un secolo fa. “Nel 1910 -ricorda oggi l’esperto Enrico Bertazzoli, intervistato da «Vaccari news»- con le affrancature meccaniche eravamo ancora agli albori, in una fase sperimentale, nonostante che il più vecchio brevetto risalga al 1896, presentato negli Stati Uniti dall’italiano Detalmo Savorgnàn di Brazzà. Da noi sarebbero diventate operative soltanto nel 1927. Le più antiche, comunque, erano spesso senza data e, al posto del valore, avevano indicazioni come «paid» o simili”.

Ne “L’histoire des empreintes de machines à affranchir”, versione francese dello studio di Heiner Dürst, si trova un riferimento al 1910, originato proprio in Baviera. “Si tratta -prosegue Enrico Bertazzoli- di una impronta senza fine di macchina Sylbe & Pondorf, impiegata specialmente per affrancare invii in grande quantità. Il colore dell’inchiostro all’inizio era verde, poi rosso e infine nero, e il valore -se era indicato- andava da 3 a 5.000 pfennig e da 20 a 200 marchi”.

Lo stesso lavoro richiama il caso della Norvegia, ben precedente. Dal 15 giugno 1903 al 2 gennaio 1905 furono sperimentate sette macchine Krag-Maskin, quattro in uffici postali di Cristiania e le altre presso privati. Potevano imprimere un valore da 5 o da 10 öre, ma l’affrancatura era valida soltanto per l’interno del Paese. “Il test non fu troppo positivo, e si dovette attendere fino al 1926 per introdurre delle macchine affidabili come le Hasler”.

“Da quello che si sa, l’impostazione standard, che tutti abbiamo visto e che sostanzialmente si usa ancora, venne introdotta negli Usa nel 1920, anno in cui fu fondata la Pitney-Bowes”.



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